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  • Lewis Russell

L'ultimo grido dell'aquila

Aggiornato il: 19 gen 2019


Britannia, 483 d.C.


«Forse è meglio fermarci, tribuno. La visibilità è pessima.»

«No, andiamo avanti.» Come due imbarcazioni che solcavano uno strano mare bianco, due cavalli avanzavano lentamente nella gelida nebbia che li avvolgeva. Sopra di uno di quelli, il fiato di un uomo sembrava fondersi con quella barriera invalicabile bianca dove lui, come se essa fosse stata un’immensa tela dimenticata, iniziava a disegnare i suoi ricordi. E così appariva dal nulla il suo paese di origine, un villaggio di pescatori della lontana Italia. Da qualche altra parte l’inchiostro invisibile disegnava il suo accampamento in Gallia. Il suo comandante, che gli aveva assegnato quella missione disperata. Melanconiche immagini che scomparirono velocemente, quando l’immensa tela sulle quali erano disegnate sembrò come frantumarsi: la nebbia si diradava e lasciava spazio a una piccola salita dove l’uomo riuscì a vedere subito che il cavallo della sua guida, che lo precedeva di qualche passo, si era fermato. Lo raggiunse velocemente: da quella cima improvvisa si riusciva ad ammirare una vista stupenda. La nebbia, ancora presente a tratti, lasciava spazio a una sconfinata brughiera, dove le colline si alternavano le une alle altre. Non era però quell’infinto verde a risaltare subito all’occhio, quanto un’imponente costruzione in pietra, una muraglia che, attorcigliandosi attorno a quelle stesse colline, attraversava interamente la vista, collegando due lontani orizzonti e dando l’impressione di dividere l’intero pianeta in due parti perfettamente distinte.

«Questo è il famoso Vallo di Adriano, dico bene?»

La guida celtica scosse la testa in segno di assenso. L’uomo diede una rapida occhiata all’imponente muro, vedendo subito che era interrotto da un’altra grande costruzione di pietra, una fortezza molto estesa.

«Cos’è quello?»

«È il vostro forte di Petriana, mio re.»

L’uomo guardò a lungo quella costruzione, notando come al suo esterno sembrava svilupparsi un grande villaggio, con case e mulini.

«La Augusta è qui?»

«Questo è quello che viene narrato, mio re. Nessuno sa di preciso dove i vostri uomini siano finiti.»

«Lo scopriremo. Almeno troveremo qualcosa per poterci rifocillare. Andiamo.»

Mentre i due uomini a cavallo iniziarono a scendere il pendio, dietro di loro emerse dalla nebbia un’altra fila di cavalieri, e subito dietro un contingente di uomini che, determinato, marciava senza sosta da mesi. Le loro armature provavano come quel viaggio fosse stato estenuante, ma nonostante ciò ognuno di loro mostrava un’incredibile fierezza. Arrivarono ben presto di fronte alle porte della cittadella e già un nutrito gruppo di uomini si era radunato al suo esterno. Erano armati.

«Signore, si stanno schierando in difesa del forte. Devono essere dei barbari.»

«No, non lo sono. Sono troppo ben armati. Sono loro.» disse l’uomo, sorridendo. Emise un grido che scosse l’intera brughiera silenziosa.

«Siamo cittadini Romani!»

Gli uomini del forte però non risposero e, anzi, non accennano a deporre le armi. L’entusiasta tribuno iniziò a preoccuparsi: sapeva perfettamente che, in caso di scontro, il piccolo manipolo di cui era al comando non sarebbe riuscito a vincere. Successe però qualcosa di inaspettato. Un bambino uscì dalle mura della cittadina e si fece strada tra le fila di soldati, portando qualcosa di grande e meraviglioso. Una lunga asta che terminava con un simbolo impossibile da equivocare, che fu subito visibile a tutti appena il bambino la piantò in terra: l’asta era sormontata da un’aquila d’oro. Tutti si inginocchiarono alla vista di quel simbolo, che ognuno sapeva essere l’insegna di una legione romana.

La Seconda Legione Augusta Britannica.

L’uomo ce l’aveva fatta, l’aveva trovata. Avrebbe salvato l’Impero.

I due schieramenti deposero le armi e vennero l’uno incontro all’altro, con i soldati che abbracciarono felici quelli che per un attimo erano stati temuti nemici. Come dei grandi conquistatori, l’uomo e i suoi soldati entrarono nel forte sfilando sulla via principale, per arrivare nella piazza gremita di gente in festa e altre persone curiose. L’uomo si pose al centro, sopra un piedistallo.

«Amici, non potete immaginare quanto il mio cuore si riempia di gioia nel vedere altri Romani. Il nostro viaggio è stato lungo e impervio, siamo dovuti arrivare fino ai confini del mondo per trovarvi. Il mio nome è Ambrosio Aureliano, tribuno della Prima Legione Flavia Gallica, di stanza in Augusta Suessionum. Vengo per conto del generale supremo Siagrio, in nome dell’imperatore Giulio Nepote, per sottoporvi una richiesta di aiuto.»

La folla si zittì e gli sguardi sull’uomo si fecero curiosi.

«Come ben sapete, l’Impero sta passando tempi bui. Più che mai ora necessita della sua vecchia forza, dei suoi vecchi muscoli. Più che mai ora ha bisogno della Seconda Legione Augusta Britannica.»

«Vi chiedo di tornare con noi in Gallia e di difendere l’Impero, nel nome di Roma.»

Quell’ultima richiesta, invece di animare la folla, fece sviluppare un brusio preoccupante, che crebbe sempre di più tra la gente.

«Valoroso tribuno Aureliano» disse qualcuno, che si fece strada tra il mare di persone «ormai tutti mi chiamano Bennett Augustine, ma forse ti è più familiare il mio vecchio nome, Benedetto Augustino. Ho io la responsabilità degli uomini in questo forte. Avete fatto un lungo viaggio, lasciaci onorare gli ospiti come è nostra tradizione comune, prima di tutto. Rifocillatevi, tu e i tuoi soldati, avremo modo di parlare a tempo debito.»

La sera passò velocemente e i soldati di Ambrosio cantarono e danzarono con quelli del forte, come se avessero trovato dei fratelli a lungo dimenticati. Il nuovo giorno arrivò presto e il tribuno salì sulle mura del Vallo per guardare quello che aveva intorno. Fu colpito da delle strane grandi rocce, dei massi, che punteggiavano la parte del mondo che era a lui ignota, che non aveva attraversato. Sembravano avere qualcosa al loro interno.

«Sono spade.»

Ambrosio si girò, stupito di trovare l’uomo che gli si era presentato come Benedetto Augustino il giorno prima.

«Gli Angli hanno usanza di conficcare delle spade nelle rocce. Lo fanno come per far capire che i loro dèi li supportano. Per farci capire che quello è territorio loro.»

«Sono molto vicine al Vallo.»

«Il Vallo è l’unica protezione che abbiamo, valoroso tribuno Aureliano. Più volte siamo stati attaccati e ogni volta ci siamo dovuti difendere. Siamo dovuti scomparire per sopravvivere. Anche per questo non possiamo adempire alla tua richiesta.»

Ambrosio ebbe un sussulto.

«Cosa significa questo, Benedetto?»

L’uomo si girò.

«Guarda, Ambrosio» gli disse, indicando l’altra parte del mondo rispetto al muro, quella nella quale si sviluppava il villaggio «questo è il nostro posto. Molti di noi hanno mogli, figli. Siamo vecchi, non puoi chiederci di combattere contro i barbari che ormai hanno dominato il mondo. Senza il Vallo, saremmo già stati distrutti.»

Ambrosio guardò il piccolo villaggio, la vita che si sviluppava al suo interno. In qualche modo, gli ricordava la vita da tanto dimenticata nel piccolo paese italiano dal quale proveniva. Un’esistenza tranquilla, lontana dalla guerra.

«Che ne è della nostra romanità? Stiamo consegnando il mondo all’ignoranza, alla violenza, Benedetto.»

«Ambrosio, guarda la realtà: il mondo è già così. La Seconda Legione ha servito per secoli gli imperatori di Roma, abbiamo protetto con tutte le nostre forze la nostra civiltà. E non l’abbiamo tradita, mai, Ambrosio: anche quando quella ci ha dimenticato, noi abbiamo cercato di ricostruirla, qui intorno. Guarda bene questo posto, valoroso tribuno: questa è una piccola isola di romanità in un mondo dove essa è stata dimenticata. Noi siamo orgogliosi di quello che siamo.»

Ambrosio rimase in silenzio. Le sue poche certezze crollavano, nel vedere che quell’uomo aveva ragione. L’Impero Romano era ormai un ricordo che si andava sempre più sbiadendo e anche se la Seconda Legione avesse combattuto, e in qualche modo avesse vinto contro i Franchi in Gallia, non sarebbe mai riuscita da sola a fronteggiare tutti gli altri barbari del mondo. Non sarebbe mai riuscita a riportare alla luce l’Impero.

«Capisco la tua decisione, Benedetto. Non la biasimo.»

«Sono davvero desolato, Ambrosio. Cosa farai ora? Tornerai in Gallia?»

«Ho altra scelta, forse?»

«Un uomo ha sempre delle scelte. Se vuoi, puoi rimanere qui. Questa non è Roma, ma forse è l’unico punto del mondo che ne conserva il suo spirito.»

Ambrosio sembrò rimanere a pensare a lungo a quella proposta.

«La tua offerta è nobile, Benedetto. Il mio posto però non è qui, io e i miei uomini possiamo combattere, e lo faremo. Abbiamo giurato di difendere l’Impero, anche se questo comporterà la perdita della nostra vita. Ci rimetteremo in marcia per Suessionum tra tre giorni, quando gli uomini si saranno propriamente rifocillati. Ti ringrazio dell’ospitalità, nobile Benedetto.»

«Sia fatta la tua volontà, tribuno. Sarà mia premura dare a tutti voi il migliore dei trattamenti possibile.»

Nel resto della giornata Ambrosio ebbe modo di vedere meglio quella vita nel villaggio che gli dava nostalgia, mischiandola ai mille pensieri che tormentavano la sua mente. Mentre sedeva sul bordo di un piccolo pozzo osservava le donne del forte, che spiccavano nettamente dagli uomini. Erano principalmente di origine celtica, con capelli e occhi chiari, mentre negli uomini la provenienza latina era evidente.

Una di esse, a un certo punto, sembrò avvicinarsi a lui.

«Salve, tribuno Aureliano.»

«Salve a lei, mia signora.»

La donna iniziò a parlare con un po’ di timidezza.

«Il fabbro la informa che la sua cotta di maglia è riparata, può venirla a prendere quando vuole.» «La ringrazio, mia signora»

Eppure la donna non se ne andò e anzi lo iniziò a guardare con più curiosità.

«Così…» riniziò, combattendo la sua timidezza «ripartirà per Roma?»

Ambrosio sorrise.

«No. L’Italia ormai è perduta. Tornerò in Gallia, da lì, con il mio generale supremo, difenderò ancora i territori dell’Impero. Ucciderò ogni barbaro che incontrerò.»

La donna sembrò un po’ impaurita da quell’ultima affermazione. Dopo una timida pausa, continuò.

«Cosa le hanno fatto i barbari, di male?»

«Come cosa mi hanno fatto? Cosa ci hanno fatto?» esordì lui, come riprendendo uno studente che avesse chiesto un’ovvietà «hanno minato le fondamenta stessa dell’Impero. Stanno distruggendo tutto quello in cui crediamo.»

«Io… io non ci credo.» rispose la donna, che improvvisamente aveva preso sicurezza «guardi me, io non sono romana. Io sono celtica. Io sono un barbaro.» La donna non diede nemmeno il tempo all’uomo di rispondere e proseguì subito.

«La forza dell’Impero è stata sempre quella di riconoscere le culture diverse dalle proprie. Ma questo non è stato applicato a tutte. Tenga conto, però, che nessuno dei barbari ha mai osato distruggere il Senato, distruggere i vostri templi, le vostre chiese: tutti hanno da sempre riconosciuto la grandezza di Roma e mai hanno voluto oscurarla. Quello che cercano è solo di replicare quell’immensa grandezza, di diventare suoi eredi.»

L’austero Ambrosio sorrise, guardando quei due stupendi cieli azzurri degli occhi della donna animarsi così tanto.

«Conosce la storia, mia signora. È questo che non la rende un barbaro. I barbari non sono persone che sono nate fuori Roma, fuori dall’Italia. I barbari sono persone che ripudiano i nostri costumi, la nostra civiltà, la nostra sete di conoscenza. Sono loro il nostro nemico. L’ignoranza è il nostro…»

«Tribuno! Tribuno!» un uomo, arrivando tutto di fretta, interruppe le parole di Ambrosio.

«Cosa succede, soldato?»

«Stanno arrivando! Nemici oltre il Vallo!»

«Arrivo.»

Ambrosio si rivolse di scatto alla donna vicina.

«Qualsiasi cosa accada, si ricordi che se dedicherà la sua vita alla ricerca della conoscenza, sarà romana. Altrimenti, un barbaro. Non c’è alcun altro discriminante. Qual è il suo nome, mia signora?»

«Mi chiamano Ginevra, tribuno. Farò tesoro di quello che mi ha detto. Che Dio la benedica.» L’uomo sorrise e, salutata la donna, iniziò subito a correre verso il Vallo, dove trovò immediatamente, tra i vari uomini, un volto a lui familiare.

«Benedetto, cosa sta succedendo?»

Lui non fece nemmeno in tempo a rispondergli che si sviluppò boato, un’esplosione tremenda che a pochi passi dei due distrusse una parte significativa del Vallo.

«Ci attaccano, Ambrosio!»

Il tribuno si sporse velocemente dal Vallo e vide qualcosa che gli mise i brividi. Dalla nebbia che dominava l’ambiente sembravano uscire quelle che avevano tutta l’aria di essere delle piccole macchine da guerra e una moltitudine di fanti e cavalieri. Uno schieramento di forze eccessivo, che probabilmente non aveva mai attaccato quel forte dimenticato da Dio. Cosa era successo per provocare una così considerevole attenzione? Tutto d’un tratto, Ambrosio capì: era stato lui. Lui e il suo manipolo di uomini, che dovevano essere stati avvistati da qualche vedetta dei barbari. Un attacco che le forze nel villaggio probabilmente non sarebbero riuscite a respingere: Ambrosio, per salvare la romanità, aveva distrutto il suo ultimo avamposto.

«Benedetto, chiama immediatamente a raccolta i miei uomini. Ci dobbiamo difendere.»

Non ci vollero che pochi minuti e tutto l’interno del forte fu riempito da soldati, disposti ordinatamente.

«Uomini!» urlò Ambrosio verso di loro.

«Abbiamo attraversato montagne e mari per cercare aiuto per salvare l’Impero, per salvare la nostra civiltà, per salvare Roma. Nel brevissimo tempo che ho trascorso qui ho scoperto però che Roma non è solo una città, Roma vive in tutti noi come faro della nostra cultura. Roma è ognuno di noi. Roma è qui, in questo forte. E noi abbiamo giurato di difendere Roma, fino alla morte. Per questo io vi chiedo di essere a mio fianco, nell’ultima battaglia dell’Impero Romano. Per Roma!»

Tutti i suoi soldati, all’unisono, risposero a gran voce.

«Per Roma!»

Subito dopo quel grido, un altro, più forte, lo seguì.

«Per Roma!»

Gli abitanti del forte avevano indossato la loro vecchia armatura, estremamente diversa da quella dei soldati di Ambrosio, e trionfalmente mostravano la leggendaria aquila della Seconda Legione Augusta Britannica.

«Saremo con te, Ambrosio, fino alla morte.»

«E io lo sarò con voi. Fino alla morte, Benedetto. Apri le porte del forte, contrattacchiamo.»

Le porte furono aperte velocemente e, nonostante il tumulto generale che le rozze macchine da guerra dei barbari stavano generando, gli uomini uscirono a passo ordinato, scandito da un tamburo portato nelle prime file, dove camminavano anche gli alfieri con l’aquila della Seconda Legione e l’insegna del manipolo di Ambrosio, subito seguiti dai cavalieri e, infine, dalla fanteria. Tutti si disposero ordinatamente fuori dal forte, in netto contrasto con la disposizione quasi casuale del nemico. Fin quando, poi, accadde.

«Carica!» urlò Ambrosio.

Lui e gli altri cavalieri si abbatterono contro i barbari vicini.

La fanteria romana ruppe subito le righe e si scontrò frontalmente con quella nemica. La battaglia fu violenta e ben presto la brughiera si ricoprì di cadaveri. Le urla di dolore riempirono sempre più quel panorama da brividi, arrivando fino al villaggio vicinissimo. I romani, seppur meglio armati ed equipaggiati, non furono in grado di sbaragliare il nemico e iniziarono ben presto a subire perdite consistenti. Ambrosio continuava a falciare i nemici dal suo cavallo, quando, all’improvviso, cadde. Un uomo era riuscito a colpire il suo destriero. Sbatté violentemente contro il suolo, ma subito si rialzò e impugnò la sua spada. Continuò a combattere valorosamente, affondandola nella carne nel nemico, macchiando la sua stessa armatura di sangue, schivando colpi e muovendosi agilmente. Ma non bastò. Rimase di sasso, infatti, quando nel girarsi fu spinto violentemente da qualcosa, qualcosa che aveva oltrepassato facilmente la sua cotta di maglia ed era penetrato a fondo nella sua carne.

Riuscì a non cadere, a rimanere in piedi.

A guardare la sua armatura, il suo petto.

A guardare la freccia che lo trafiggeva.

L’arciere era a poca distanza e già aveva preso un nuovo colpo dalla sua faretra. Ambrosio fece un respiro profondo. E gli si scagliò contro. L’arciere non fece in tempo a buttare l’arco per prendere la spada che quella di Ambrosio gli trafisse la gola. Dopo quell’attacco, il tribuno non aveva più la forza di stare in piedi. Sgranò i suoi occhi quando riuscì a riconoscere, in lontananza, una figura. Un uomo, anche lui evidentemente caduto da cavallo, aveva recuperato uno scudo circolare dai suoi legionari e combatteva contro due barbari. I suoi movimenti, però, erano lenti. Doveva aiutarlo. Ambrosio si tolse l’elmo e fece qualche passo verso di lui, ma non ci riuscì. Crollò in ginocchio. Attonito, vide uno di quei barbari trafiggere il valoroso combattente con la spada.

«Benedetto!» urlò con tutto il fiato che aveva. Raccogliendo le forze, si rialzò. Voleva correre, ma invece riuscì a fare solo qualche passo, per cadere rovinosamente su una di quelle grandi pietre che aveva visto dal Vallo, dove gli Angli conficcavano le spade.

Perse la sua, che rotolò lontano, mentre tossì del sangue sulla roccia. Aggrappandosi a quella, riuscì a guardare lontano. A vedere l’aquila d’oro che cadeva nel fango.

Oramai, era tutto perduto.

Vide anche qualcos’altro, però, qualcosa di strano.

Una figura di cui non si riusciva a vedere il volto, totalmente coperta da un saio nero.

Doveva essere l’angelo della morte. Tutto d’un tratto, però, le nuvole lasciarono passare dei raggi del Sole morente, che si rifletterono su qualcosa che Ambrosio aveva davvero vicino e che immediatamente catturò la sua curiosità: era una spada, conficcata nella roccia sulla quale lui si era aggrappato, ma era particolare, diversa dalle altre. Era di vetro. Ormai le sue forze stavano per lasciarlo e una lacrima gli scese dal volto, come se portasse via le ultime forze che gli fossero rimaste. Come ultimo gesto, volle impugnare l’elsa di quella strana spada.

«Per Roma» sospirò.

Tutto d’un tratto, il terreno iniziò a tremare. A spaccarsi. Ambrosio, un attimo prima morente, iniziò a sentirsi meglio. Il terremoto diventò sempre più forte, quando, nell’incredulità dell’uomo, la spada conficcata nella roccia si illuminò: due fasci di luce si sprigionarono paralleli sui suoi tagli. Ambrosio si sentiva più forte e lucido, mentre del vento iniziò a ruotare in circolo, sempre più violentemente, come se all’improvviso un ciclone si stesse sviluppando a qualche decina di metri da lui. Innaturalmente delle pietre iniziarono a levitare, delle nuvole temporalesche ad addensarsi. Un’energia immensa aveva iniziato a scorrere dentro di lui e raggiunse il culmine quando, con fare deciso, il tribuno estrasse la spada luminosa dalla roccia, puntandola verso il cielo. Un fulmine la colpì istantaneamente, senza far nulla all’uomo, mentre mille altri se ne svilupparono nei dintorni e le piccole pietre volanti esplosero tutte contemporaneamente. Ambrosio si sentiva potente, i suoi occhi erano diventati luminosi allo stesso modo di come lo erano i tagli di quella spada miracolosa. Con tutta la sua ritrovata forza e senza il minimo dolore, estrasse la freccia che lo trafiggeva e la lanciò lontano. Poi, forte di quell’arma incredibile, la puntò contro i nemici.

Qualcuno osò attaccarlo, ma Ambrosio schivava facilmente i colpi degli avversari e la sua incredibile nuova arma tagliava qualsiasi altra spada, qualsiasi scudo, qualsiasi armatura, senza la minima difficoltà. L’energia aumentava e aumentava, i fulmini si iniziano a generare anche nel terreno e ad altezza uomo, anche attorno ad Ambrosio stesso. Il terremoto stava iniziando a fare danni anche al villaggio. I barbari erano ancora numerosi, ma, insieme ai romani rimasti, si bloccarono alla vista di quello spettacolo. Tra di tutti, c’era quella strana presenza oscura. Quell’uomo vestito di un saio nero, che non aveva preso parte alla battaglia se non da spettatore. Lui e Ambrosio, come eterni nemici, rimasero a lungo a guardarsi nella brughiera ormai desolata e ridotta in cenere.

Tutto d’un tratto, l’uomo con il saio alzò una mano, come per dire a tutto il suo esercito di smettere di combattere. Quando chiuse il palmo, tutta l’energia sembrò scomparire, il tornado attorno ad Ambrosio svanì, così come i fulmini. La terra si quietò. Il nuovo personaggio misterioso si tolse il cappuccio: era un ragazzo magro, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, dalla pelle estremamente pallida.

«Re dei Romani» iniziò a parlare, con voce calma e in perfetto latino «hai dato prova di essere un uomo nobile, al cui interno scorre un’energia notevole. Ma l’energia è inutile, priva di controllo. Io posso insegnarti a usarla e governare con te le nostre genti. Per la pace.»

La furia di Ambrosio si era placata, i suoi occhi si erano spenti e lui cercò, invano, di capire cosa era successo. Scosso, rispose quasi a stento verso quella strana figura.

«D’accordo, stregone. Insegnami. E che sia la pace.»


Qualche giorno dopo, il villaggio fu preso da una strana nuova agitazione. Un uomo tornò sullo stesso rialzo, in mezzo alla piazza, dove era stato pochi giorni prima. Parlò a tutti ad alta voce. «Soldati, amici, fratelli. Sono venuto qui da lontano per difendere Roma. Per difendere tutto quello in cui credevo. E l’ho fatto. È qui, che ho trovato Roma. È qui, che ho capito cosa è realmente Roma. Roma non è odio, Roma è integrazione.»

Lo sguardo dell’uomo si posò su una donna dai occhi color cielo in prima fila.

«Non importa che Roma sia in fiamme, perché Roma è dentro di noi. Ricostruiremo una civiltà, ricostruiremo un regno con questo spirito che ha segnato la nostra vera cultura. Un civiltà di Romani, di Sassoni, di Celti, di Angli. Molti di voi hanno già iniziato questa integrazione, molti legionari romani hanno preso come spose donne di altre etnie, molti altri hanno anche solo cambiato il loro vecchio nome latino, come il nobile Bennett Augustine. Vi prometto solennemente che il suo messaggio non sarà inascoltato e il suo pensiero sarà vivo con noi e in tutta l’isola di Britannia, per i secoli futuri.»

Guardò un ragazzo con un saio nero che gli era vicino.

«Anch’io cambierò nome, Merlino. La scelta è tua.» disse sorridendo a bassa voce. Il ragazzo annuì e prese la parola, parlando a tutti.

«Re dei Romani Ambrosio Aureliano, uomo che combatte con la furia e con l’impeto di un orso, i tuoi doveri verso gli imperatori sono cessati. Per simboleggiare la nuova fratellanza tra i nostri popoli, il tuo nome sarà l’unione delle parole che rappresentano il tuo animale guida, nelle nostre due lingue. Con le nostre conoscenze, insieme, ci porterai verso un futuro luminoso.»

Terminò, urlando:

«Lunga vita a re Artù!»


Nota storica

Quando si parla dell'Impero Romano e della sua caduta, viene subito in mente il crollo della civiltà latina della sua parte occidentale, quella più europea. L'Impero, che ha sua massima estensione nel II secolo sotto l'imperatore Traiano, viene infatti diviso in due parti da Diocleziano nel 285 d.C: mentre la parte orientale, che prenderà il nome di Impero Bizantino, sopravviverà per un intero altro millennio, quella occidentale verrà continuamente invasa dai barbari ed è comune, tra gli storici, porre la sue fine nella data del 476 d.C., quando il re degli Eruli, Odoacre, depone l’imperatore bambino Romolo Augusto a Ravenna. Odoacre restituirà le insegne imperiali al contemporaneo imperatore romano d’Oriente, Flavio Zenone, dichiarandosi servo dell’ultimo imperatore d’Occidente legittimo, Giulio Nepote. Quest’ultimo, rifugiatosi precedentemente in Dalmazia, avrà potere solo a livello formale. Con la fine dell'impero romano d'Occidente, gli storici fanno iniziare una nuova epoca: il Medioevo. Tuttavia, la transizione non è così netta come sembrerebbe e per molti anni successivi al 476 le cariche romane continuarono a essere valide. Nell’attuale Francia del Nord il magister militum (generale supremo romano) Siagrio controllerà ancora un esteso territorio che ha centro in Augusta Soissonum, attuale Soisson. Siagrio, rispondendo al vecchio imperatore d'Occidente Nepote e a quello d’oriente Zenone, continuerà a fare le veci dell’Impero Romano, fin quando verrà sconfitto dai Franchi nel 486 d.C.. In effetti, dominerà questo territorio con il titolo di “rex romanorum”, re dei romani, che i barbari attribuivano a molti ufficiali latini. È proprio per questo che, nella storia, molti si riferiscono ad Ambrosio con il titolo di “re”, titolo che erediterà nella sua trasformazione nell'Artù che tutti conosciamo. Nel racconto si ipotizza che Siagrio abbia inviato il manipolo di Ambrosio alla ricerca della Seconda Legione Augusta Britannica, per avere supporto nella difesa dei suoi territori in Gallia. Questo, per quello che ne sappiamo, non è mai avvenuto, ma è un evento verosimile, in quanto Siagrio controllava tutte le coste del Nord della Francia e i popoli barbarici presenti nei dintorni erano suoi alleati. La presenza della Seconda Legione in Gran Bretagna è invece ampiamente documentata e spazia per numerosi secoli, fin dal primo momento nel quale la regione diventa di dominio romano: è proprio questa unità che contribuisce alla costruzione del Vallo di Adriano nel II secolo dopo Cristo, un imponente muro di pietra che divideva la Gran Bretagna romana, la Britannia, da quella dei barbari. Tracce di questo muro, che correva nel confine tra le attuali Inghilterra e Scozia, sono arrivate fino a noi. La leggendaria Seconda Legione è l’unità romana che più si può mischiare con le vicende del ciclo arturiano in quanto documenti come il Notitia Dignitatum certificano la sua presenza in regione ancora nel V secolo dopo Cristo. Tuttavia, nel 410 le unità militari romane in Britannia hanno l’ordine di essere smobilitate: è tuttavia ragionevole pensare che la Seconda sia rimasta nel posto dove ha passato più di tre secoli, con i suoi soldati ormai mischiatisi alle popolazioni locali. Parlando di queste, l'attuale Gran Bretagna presentava un profilo complesso. L’intero insieme di isole è popolato, fin da prima dell’occupazione romana, da varie tribù dei Celti, che prenderanno il nome di Britanni. I Romani invaderanno e conquisteranno quella che attualmente ricopre la regione dell’Inghilterra a partire dal 43 d.C. e costruiranno vari muri (il Vallo di Adriano prima, quello di Antonino dopo) per difendersi dai barbari Scoti del Nord. Quando il potere romano inizia a indebolirsi, nel IV secolo d.C, l’isola viene invasa più volte da tribù germaniche quali i Sassoni, che attaccheranno da Sud, gli Angli, da Est e i Pitti (uniti agli Scoti), da Nord. Tracce di queste invasioni caratterizzeranno la futura evoluzione della Gran Bretagna, tant’è vero che l’inglese è una lingua definita appunto anglo-sassone. Un'ultima nota va fatta sul protagonista principale. Ambrosio Aureliano è stato realmente un condottiero di origine latina, ma di lui si sa poco o nulla, tranne che fosse attivo nel V secolo in Britannia: è uno tra i tanti possibili candidati ad essere il mitologico re Artù delle varie leggende. Molto probabilmente in verità era un mercenario, ben lontano dagli ideali dell'Ambrosio presente nella storia. Questo, però, è qualcosa che non potremo mai sapere.

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© 2018 by Luigi Russo

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